Suzuki DRZ: la storia di Filippo Ceccucci (parte 1/3)
1/1 - La mia storia con la Suzuki DR-Z
Già da quando fu presentata nell’autunno 1999, avevo capito che la Suzuki DR-Z 400 sarebbe stata la moto adatta a me e al mio lavoro. Avevo ormai parecchia esperienza ed ero in grado di capire come andasse una moto anche solo guardandola nelle presentazioni. Grazie alla conoscenza con Enzo Valenti, riuscii ad ottenere una delle primissime DR-Z 400 E arrivate in Italia ed il lavoro sul Rally dell’Umbria proseguì più spedito. A quella prima DR-Z 400 E ne seguirono altre quattro, poi arrivarono, spesso in contemporanea, anche le DR-Z 400 S, tre in totale, con le quali partecipavo ai motorally, al Rally dei Sardegna ed al Carpat Express Rally Raid in Romania. Grazie anche all’allenamento costante (per organizzare il Rally dell’Umbria uscivo in moto anche cinque volte alla settimana), se pure non veloce, avevo un “passo” più che discreto, che emergeva nelle speciali rumene da oltre 100 Km, ed abituato a disegnare i roadbook, ero anche capace di interpretare presto e bene anche i roadbook altrui, rendendomi uno dei “navigatori” più seguiti in quelle gare. In Sardegna raggiunsi al massimo il 12.esimo assoluto in una tappa, quarto di classe in classifica finale, al Carpat un anno arrivai anche quinto assoluto e “teorico” vincitore del Campionato Europeo: modificarono il regolamento1 a campionato in corso per non farmelo vincere…
Credo ormai di conoscere più che bene queste moto, e scrissi anche una lista delle differenze tra i due modelli che credo siano davvero in pochi a conoscere per davvero e non per sentito dire.
1 – Il Campionato Europeo era costituito da tre gare: Rally dell’Umbria (al quale ovviamente non potevo partecipare), Rally dei Sardegna e Carpat Express Rally Raid in Romania. Il regolamento fino al Rally dell’Umbria compreso (lo so bene: ero il direttore di gara!) prevedeva che venissero premiati in ogni gara i primi tre classificati dell’assoluta e prendessero punti solo i piloti con licenza internazionale che non fosse la “one event” che costava assai meno (mi sembra 80 € contro 450, ma vale per una sola gara, Carpat o Sei Giorni che sia), inoltre si prendevano punti per ogni giornata di gara, ma solo se il pilota aveva concluso l’evento. Tra gli “Internazionali” al Sardegna io arrivai terzo dietro nientemeno che a Marc Coma e Nani Roma, i vincitori delle ultime Dakar, ma dissero che non era prevista la premiazione, negandomi la soddisfazione di una foto con un podio del genere. Per non farmi vincere il titolo, non solo considerarono al Carpat anche i punti dei piloti con la “one event”, ma non bastava, così misero in classifica anche Alex Zanotti, che sicuramente mi faceva i giri intorno, da quanto era più veloce di me, però al terzo dei cinque giorni del Sardegna era caduto rompendosi una spalla, ovviamente non concludendo la gara.
1/2 - Differenze Suzuki DR-Z400E e DR-Z400S
Innanzi tutto va considerato che nel 2000, quando uscì la Suzuki DR-Z 400, esistevano tre modelli: la E, la S (“street legal” negli USA) e la R. Quest’ultima era identica alla E, ma aveva solo l’avviamento a pedale e uscì di scena molto rapidamente.
In Italia Suzuki Italia nel 2000 aveva importato molte moto della versione S ed ha proseguito a venderle nel 2001 e 2002 come se non ci fossero state modifiche. In realtà la versione 2000 aveva serbatoio blu e convogliatori bianchi (le uniche viste in Italia), le 2001 e 2002 serbatoio e convogliatori azzurri (con grafiche diverse), ma da noi non si sono mai viste.
Contemporaneamente Enzo Valenti (importatore per l’Italia delle Suzuki da motocross) decideva di importare la versione E, omologandola, già che c’era, con la doppia misura delle ruote (21″/18″ da enduro, oppure 17″/17″ da motard). In Italia le E sono spesso state chiamate “Valenti”.
Dal 2003 in Italia la versione S è stata importata solo in giallo, esteticamente uguale alla E.
Dal 2003 sono state unificate le testate tra versione E e versione S, inoltre la fluidodinamica interna è stata cambiata e (molto) migliorata.
- Fino al 2003 variava il rapporto di compressione, 0,9 in più per la E.
- La S ha un impianto elettrico molto più completo, con fanale più grande, strumentazione molto più completa e impianto di scarico molto più silenzioso (e ovviamente “strozzato”). L’impianto elettrico della E di serie è il classico molto semplificato delle moto enduro USA, con fari sempre accesi e punto luce posteriore, è stato modificato da Valenti per l’omologazione italiana.
- Le sospensioni Showa avanti e dietro sono di ottima qualità (addirittura il mono è stato il primo con la doppia taratura per alte e basse velocità in compressione), ma tarate piuttosto morbide, ancora di più, al limite del flaccido, per la S. Basta farle tarare da qualcuno davvero competente e che sappia variare la “pila” delle lamelle, la densità dell’olio e le molle per avere sospensioni di eccellente livello, la forcella è probabilmente la migliore tra quelle di serie per l’enduro non agonistico. Il modello S 2000 (quindi in Italia anche 2001 e 2) aveva forcella semplificata con un solo registro per il precarico molla.
- La S ha carburatore Mikuni (BSR 29FB da 36 mm ø) a depressione, che dona una grande fluidità e dolcezza ai bassi e medi.
La E ha carburatore Kehin (FCR 29F4 da 39 mm ø) omologo alle contemporanee da cross/enduro di Suzuki/KTM/Yamaha/Honda eccetera.
- L’impianto di scarico è completamente diverso, il collettore della S ha diametro molto minore e terminale (silenziatore) silenziosissimo (si sente il rumore delle foglie secche schiacciate dalle ruote). Cambiando il collettore della S si ottiene più coppia a bassi e medi senza fare rumore.
Il terminale di serie della E è rumorosissimo, Valenti ha dovuto adattarci un db killer, altrimenti è da usare solo nel deserto.
- La S ha il serbatoio in lamiera (omologato per la circolazione stradale in USA) da 9,5 litri, la E in plastica da 10 litri (ben 2,3 di riserva). Alcuni “so-tutto” dicono che non si possano montare i serbatoi in plastica sulla S, ma evidentemente le mie moto non lo sapevano, perché l’ho sempre fatto. La realtà è che il serbatoio maggiorato Acerbis (e solo quello, non ad esempio l’IMS o quello di serie della E) è stato fatto senza lasciare spazio per la ventola del radiatore della S.
- Cambia l’impianto di raffreddamento, sulla E è molto più semplice e percorre diversamente i due radiatori (prima uno, poi l’altro, poi rientra alla pompa, mentre nella S prima fa uno, poi rientra al cilindro, poi fa l’altro e rientra alla pompa) di conseguenza sono diversi i radiatori, nel senso che il manicotto di uscita è più o meno esterno. La S ha l’elettroventola automatica, la E no.
- L’impianto frenante della E è uguale a quello delle Honda cross dell’epoca, quello della S ha la pompa anteriore diversa e la pinza posteriore più semplice. (sulla mia S avevo montato all’anteriore la pompa della E)
- Le ruote sono perfettamente intercambiabili tra S ed E, ma i raggi delle S sono di mezzo millimetro più esili.
- Le pedane della S sono meno larghe ed hanno di serie un cuscinetto in gomma amovibile.
- Le E ha pignone z 14 e corona (in alluminio) z 48, la S pignone (con anello in gomma per silenziare) z 15 e corona (in acciaio) z 43 o 44 a seconda degli anni. La E ha i rapporti davvero molto corti, di contro la S un po’ troppo lunghi, così su tutte le mie moto, tanto E che S, ho sempre montato il pignone della E (14) e la corona in acciaio della S (43) trovandomi molto bene.
1/3 - Chi sono, per parlarvi di moto
Be’, per quanto noioso, suppongo che questo capitolo sia necessario, se non altro per accreditarmi, per così dire.
Il primo ricordo della mia vita – dicono avessi due anni e mezzo ed è impossibile, ma è così – è mio padre che, seduto della sua Moto Guzzi V7 Special, mi prende a bordo seduto davanti a lui. Quell’enorme serbatoio con quella grande toppa nera contornata da filetti rossi e le due ginocchiere cromate li ricordo ancora perfettamente.
Fin da subito le motociclette hanno suscitato in me un fascino indelebile.
Mentre crescevo il desiderio del motorino era costante, la rivista “Motocross” era la mia bibbia e quelle moto e quei piloti mi sembrava di conoscerli perfettamente, da consumato esperto.
A scuola non andavo bene, spesso rimandato, e così invece di un agognato 50 da regolarità, arrivò un Peugeot GT10 a ruote piccole, da 10” come la Vespa. Per fortuna andava bene e veloce, quindi le prese in giro per quanto fossi ridicolo sopra erano limitate, del resto a quattordici anni ero alto come adesso (1,88), ma pesavo trenta chili di meno, una sorta di scheletro che se non altro si guadagnava rispetto giocando a pallacanestro.
Già allora il mio desiderio era esplorare il mondo attorno a me, dapprima giravo a piedi per la mia città, scoprendo ogni vicolo ed anfratto del centro storico, poi, con il motorino, le esplorazioni poterono ampliarsi sempre più.
MI comprai la prima moto con i guadagni di un’estate passata a raccogliere frutta: pesche, prugne, poi uva e olive. Quando la portai a casa mi dissi che era mia, se avessi voluto darle fuoco non avrei dovuto renderne conto a nessuno. Strano ma vero, questo fu il mio primo pensiero.
Non avevo però scelto bene, nell’ingenuità della mia competenza puramente teorica: era una Montesa Cota 242 da trial e, non avendo un gruppo con cui uscire insieme, le sfilavo la ruota anteriore con tutta la forcella, la infilavo nel bagagliaio della Renault 4 e andavo a farci qualche “zona” in aree ristrette fuori città. Infatti durò poco, a fine stagione la cambiai per una KTM 250 1986 “Kinigardner replica” da cross immatricolata. La differenza la pagai con il frutto del mio nuovo lavoro: lavoravo per un’agenzia fotografica che seguiva ogni sorta di gara e divenni anche il fotoreporter al seguito delle gare regionali per la stessa rivista “Motocross”.
Ero passato dall’altra parte, sia pure ancora agli inizi, avevo cominciato ad essere attore, non solo spettatore.
Quella KTM era un vero cancello, motore potentissimo – l’ultimo senza valvola allo scarico – e telaio estremamente stabile, ma non certo agile. Per giunta, complice la mia inesperienza, perdeva letteralmente i pezzi per strada. Non avevo neanche vent’anni: imparai. Imparai a guidarla, imparai a ripararla, imparai a fare la manutenzione. Ma oltre a quello imparai anche tantissimi percorsi e scoprii un mondo quasi sconosciuto ai più. La fortuna di conoscere vari piloti, grazie al lavoro per la rivista, mi permetteva di girare insieme a loro e accrescere esponenzialmente la mia competenza sui tracciati, anche perché, complici i corsi di Cartografia che seguivo all’Università di Geologia, appena rientrato andavo subito a cercarmi sulle mappe le strade che avevo fatto, divertendomi a collegarle.
Il KTM 250 fu sostituito da un’Husqvarna TE 510 ’88, poi da una KTM 300 ’91, due moto apprezzatissime con le quali ero ormai diventato quello che sapeva i percorsi, colui che guidava il gruppo in zone sconosciute ai più. Ero ormai discretamente esperto, e sia pure non certo molto veloce – purtroppo –, ero in grado di passare tutta la giornata a salire su mulattiere impegnative senza troppe difficoltà.
Anche come fotoreporter e giornalista progredivo, ero ormai l’inviato di varie riviste alle gare in tutta Europa e nel 1998 arrivò la proposta di partecipare al Rally di Sardegna per fare la prova della Husqvarna TE 610 E. Conoscevo i rally e avevo seguito come giornalista varie gare di ogni livello, ma non avevo mai veramente navigato con un roadbook1.
Fu un vero colpo di fulmine: non solo trovai la mia dimensione motociclistica e capii cosa mi piaceva fare, ma mi trovai così bene che rischiai di vincere il Campionato Italiano al primo tentativo!2
Già qualche anno prima avevo collaborato con il Moto Club Perugia all’organizzazione di un motorally, così per il 1999 vendetti la mia Gas Gas 250 per una Honda XR 440 (la mia prima moto giapponese) ed iniziammo ad organizzare una due giorni di motorally a Pietralunga. Avevo già cominciato a disegnare i primi roadbook, non solo per quella gara, ma anche per quella di motorally a Montepulciano, e fu proprio in quell’occasione che conobbi Juri Farina, il “Lillo” che tanta parte ha avuto nelle organizzazioni che sarebbero venute.
Lavoravo anche per il comitato motorally, e, dato che in precedenza ancora in qualità di giornalista lo avevo consigliato, creai il “gruppo di lavoro” che doveva assistere e spalleggiare i vari Moto Club organizzatori, spesso disegnandogli anche i roadbook.
In questa maniera in pochi anni io mi ero fatto un’esperienza nei rally che nessuno poteva vantare. Avevo ricoperto tutti i ruoli: fotografo, giornalista, creatore dei percorsi, commissario, disegnatore di roadbook e pilota. Mi mancavano medico e direttore di gara. Vista l’impossibilità del primo ruolo, mi applicai per il secondo e, dopo aver anche riscritto tutti i regolamenti nazionali, mi sottoposi all’esame e diventai anche direttore di gara, non solo italiano, ma internazionale (eravamo dodici in tutto il mondo).
Nel 1999 ho fondato il Moto Club Umbria e iniziato ad organizzare il Rally dell’Umbria, che già dalla prima edizione fu subito molto apprezzato. Nel 2002 era considerato “di gran lunga” (bontà loro…) il miglior rally del panorama continentale, ma già iniziavo ad avvertire “delle perturbazioni nella forza”: a qualcuno iniziavo a dare fastidio.
Proseguimmo, sempre con grande successo, il Rally dell’Umbria era ormai prova fissa dei Campionati Europeo e Italiano Raid TT, per il 2003, 2004 e 2005; eravamo a buon punto per l’organizzazione dell’edizione 2006 quando la corda si spezzò. Avevano decisamente esagerato con i loro comportamenti, ci guardammo in faccia con i pochi stretti collaboratori e decidemmo che era ora di fermarsi, non intendevamo più sottostare ai loro ricatti e alle loro malvessazioni.
La presero parecchio male e se la legarono al dito, me ne accorsi il 23 giugno 2007, quando, appena partita la mia nuova idea, chiamata Anàbasi 1000 (con un logo poi copiatoci ovunque…), ci trovammo fermati da ben otto pattuglie della polizia stradale scatenate da “un tizio che parlava bolognese o romagnolo, con una Mitsubishi Pajero nera” e che sapevo benissimo chi fosse.
Vinsi la causa in primo grado, vinsi pure il secondo grado, la sentenza passò poi in giudicato, ma chissà perché nessuna rivista si curò mai di comunicarlo…
“Eri andato da don Vito Corleone a lamentarti perché i suoi picciotti ti avevano chiesto il pizzo” disse un mio vecchio amico in modo crudo, ma decisamente veritiero…
Uno è morto, l’altro sto aspettando, non dovrebbe mancare molto.
In ogni caso il mio periodo di ingenuità terminò, molto bruscamente va detto, e costandomi tutti i risparmi di una vita. Volevano uccidermi e devo dire che ci andarono parecchio vicini, ma non ci riuscirono.
Dal 2009 mi sono occupato di altre organizzazioni, come le gare di regolarità d’epoca, vincendo pure un campionato italiano), poi, dal 2013 ho recuperato il nome Anàbasi per dei nuovi eventi, chiamandoli “rally senza cronometro”: Anàbasi 300 per le moto enduro competizione, Anàbasi Boòn (= “delle vacche” in Greco antico) per le endurone o bicilindriche. Sempre con il roadbook. L’Anàbasi 300 prosegue tutt’ora con buon successo (chiudiamo le iscrizioni in un paio d’ora neanche), la Boòn dal 2018 si è evoluta nel nuovo Rally dell’Umbria non agonistico che ha anche lui un gran bel successo ed è spesso imitato, per non dire direttamente plagiato, da non pochi. Come dice un mio amico: “copiano i Rolex, mica le patacche”.
Nel frattempo ho superato i 170 roadbook (e di conseguenza anche percorsi ed eventi) disegnati, in quattro diversi continenti.
1 – In effetti a 17 anni avevo partecipato a un motorally UISP a Perugia con il Moto Guzzi Stornello Scrambler 125 di mio fratello, ma era stata un’esperienza estemporanea senza seguito.
2 – A dire il vero, se fossero state seguite le regole, lo avrei vinto, dato che arrivai secondo dietro a un pilota che rientrò in prova speciale a recuperare un timbro di passaggio che non aveva preso in gara, ma come spesso succedeva (e succede) in quell’ambiente, le regole le devono rispettare “gli altri”.